Marfisa è l’eroina di tutte noi ragazze. Da quando veniamo al mondo le nostre mamme ci raccontano la sua storia, fatta di gesta eroiche e imprese da far impallidire tutti gli uomini che camminano su questa terra. Marfisa era un grande combattente, ma anche un’abile politica e un’ottima strega: in sintesi rappresenta tutto ciò che noi ragazze sogniamo di diventare. Ah, dimenticavo: Marfisa era anche una donna bellissima…
La prima bambola di ognuna di noi un po’ le assomiglia: lunga treccia bionda; grandi occhi, grigi come il ghiaccio, spalancati sulle mille dimensioni della conoscenza; spada al fianco e arco a tracolla. Si dice che la grande Marfisa tagliasse la testa ai suoi nemici con la stessa facilità con cui sbucciava una mela e che con il suo arco potesse colpire al volo perfino le aquile in cielo (ma che non lo facesse mai per rispetto nei confronti dei nobili volatili).
I nostri padri minimizzano la sua storia, dicendo che sono tutte leggende, ma le nostre madri non sono della stessa opinione e non smettono mai di presentarci la Grande Guerriera come simbolo da imitare.
Non so se Marfisa dovesse tener dietro alle faccende domestiche durante le sue campagne militari, ma noi ragazze del villaggio dobbiamo farlo eccome. Magari quando spazziamo l’aia dalle foglie secche sogniamo di impugnare una grande spada, oppure quando rammendiamo il bucato pensiamo di forgiare una splendida cotta di maglia, ma al destino non si sfugge.
La leggenda racconta anche che all’età di dieci anni Marfisa scappò dalla sua famiglia adottiva e che abitò nei boschi per cinque lunghi anni. Durante tutto questo tempo non solo riuscì ad affinare le sue doti di sopravvivenza imparando a maneggiare arco e spada, ma studiò anche la magia grazie all’incontro fatto con un vecchio druido di cui non si tramanda il nome. Non che siano stati comunque anni facili per lei, costantemente braccata perché in possesso di un gioiello molto potente, dono della sua vera madre, ma sicuramente l’hanno forgiata, fino a trasformarla nella Grande Guerriera.
Dovevo raccontarvi questo aneddoto per farvi capire cosa significhi al villaggio “giocare alla Marfisa”. Non tutti i grandi lo sanno, solo le donne, e in ogni caso chi conosce le vere regole del gioco non le va a raccontare, perché ne capisce l’importanza.
Il gioco della Marfisa è quindi un gioco tra noi ragazze. Si può partecipare solo nell’anno dei dieci compiuti, altrimenti si è o troppo grandi oppure troppo piccole. A dieci anni Marfisa affrontò il bosco, non uno di più non uno di meno. Questo è di fondamentale importanza.
Giocare alla Marfisa non vuole dire giocare “a campana” o giocare “a mamma”, come fanno le ragazze di altri villaggi. Giocare alla Marfisa vuole dire affrontare la morte. Si, perché la leggenda racconta anche che durante la prima notte passata nel bosco la Grande Guerriera si sia trovata faccia a faccia con un terribile mostro, ucciso con la sola potenza delle nude mani.
Ecco a cosa ci prepariamo durante i primi nove anni della nostra vita. Quando i nostri padri ci credono al fiume a giocare a qualche stupido gioco femminile, noi andiamo sì al fiume, ma impariamo a maneggiare la spada oppure a tirare con l’arco. Le più piccole usano armi di legno, giusto per imparare i movimenti, ma le più grandi utilizzano una vera spada lasciata in eredità da un soldato trovato morto nella boscaglia circa una ventina di anni fa. Con lo studio della magia non siamo altrettanto brave e ogni tanto ci capita di trasformare un pollo in un mucchietto di cenere, ma non è che ci si può proprio arrangiare in tutto e per tutto, dopotutto anche la grande Marfisa aveva un mentore…
Al compimento del decimo anno si è obbligate a giocare alla Marfisa. Almeno se si vuole essere sue degne sacerdotesse. Non che la cosa si possa organizzare così in quattro e quattr’otto, in più avere dieci anni certo non aiuta. Bisogna iniziare a preparare il gioco in anticipo, altrimenti si rischia di non trovare il mostro adatto. Visto che i mostri di questi tempi un po’ scarseggiano e nel gioco la fantasia è tutto, ci accontentiamo di far impersonare il mostro a qualcuno anche non dotato di zanne o coda biforcuta. Così abbiamo ripiegato sul reclutare il primo viandante che ci capita a tiro. Una volta trovato non è semplice convincerlo a giocare con noi, né tantomeno farlo attendere il giorno giusto del compleanno della Marfisa di turno. Ma con il tempo ci siamo affinate, così sono le ragazze grandi, quelle che il gioco lo hanno già fatto, ad occuparsi della faccenda del reclutamento del mostro.
Il gioco funziona più o meno così.
Il mostro, cioè il viandante trovato all’occasione, viene catturato dalle ragazze e tenuto prigioniero in una grotta per un tempo che va da una settimana (se si ha fortuna) ad un mese. Durante questo periodo viene sfamato il giusto indispensabile alla sopravvivenza e tenuto in catene, in modo da alimentarne il desiderio di rabbia e vendetta. Il giorno del decimo compleanno, mentre la Marfisa viene preparata dalle altre ragazze del villaggio, che le acconciano i capelli in una lunga treccia e la aiutano ad indossare gli oggetti rituali (l’arco, la spada e la collana che ricorda il potente gioiello della Grande Guerriera), il mostro viene liberato e lei, una volta pronta, ha il compito di braccarlo e ucciderlo. Certo una banale uccisione andrebbe bene, ma se una vuole onorare la Grande Guerriera, deve inventarsi un modo particolarmente crudele di dare la morte, per evocare la giusta uccisione del mostro del mito. Ammetto che non è soddisfacente nello stesso modo che far fuori un mostro vero, ma si sa che i bambini sono ricchi di fantasia. Durante la caccia le altre ragazze attendono il ritorno della Marfisa in una radura particolare, mangiando biscotti e bevendo idromele portato da casa. Ogni compleanno è una festa per noi! Se la Marfisa non riesce a catturare il mostro nella prima giornata le altre se ne vanno a casa a fare le solite faccende, provando a coprire la mancanza della cacciatrice con le scuse più varie. Ma di solito non è un problema, perché le madri sanno e fanno finta di niente, mentre i padri al più si lamentano che nessuno sparecchia la tavola.
Durante la caccia tutto è lecito. Si possono tendere imboscate, usare l’arco,la spada o, come fece lei, le sole mani nude. Ma di Marfisa c’è n’è stata una sola e uccidere un uomo senza l’ausilio delle armi non è facilissimo per una bambina di dieci anni. Poi dipende anche dalla stazza: Marion, la figlia del fattore, abituata a maneggiare forconi di fieno e secchi di latte, ci ha messo un amen a rompere il collo al suo mostro, mentre la piccola Betti ha dovuto usare tutta la sua astuzia per bruciare vivo quello che le era toccato in sorte.
Io ho ancora un ricordo molto vivido del gioco della Marfisa. Avevo dieci anni, ma sembravo molto più piccola della mia età, un po’ per la corporatura gracile, un po’ per i codini che mia madre mi obbligava a fare, ma soprattutto a causa di due grandissimi occhi blu che mi ritraevano come il simbolo dell’innocenza. Il mio mostro era un messo viaggiatore come tanti altri, che aveva assaggiato la caverna per neanche una settimana. Quando lo liberarono nel bosco era ancora in forze e parecchio agguerrito, ma non poté fare nulla davanti alla mia spada. Lo finii moderatamente in fretta e portai come prova dell’uccisione la lingua e un occhio, mente mi sbarazzai del corpo scaraventandolo nel vicino macero. Quando tornai a casa ero un’altra: mia madre se ne accorse subito e mi sorrise, ma i miei fratelli mi guardarono con un misto di paura e sbigottimento, perché quel giorno non portavo i soliti codini, ma una lunga treccia bionda e i miei occhi, normalmente blu come il cielo d’estate, erano grigi come il ghiaccio… Perché quel giorno io ero Marfisa, la Grande Guerriera!