Una strega mi ha infilato qua dentro, ma perché mi ha preso alla sprovvista.
Avevamo ingaggiato una lotta all’ultimo sangue: mi aveva evocato storpiando la formula (a causa di uno starnuto improvviso); il ché mi dava la possibilità di farle molto male una volta completato il rituale. Ma appena un momento prima che i miei artigli potessero squarciarle la gola lei, conscia del pericolo, si inventò un contro incantesimo che mi rinchiuse all’interno di questa maledetta bottiglia. Così non solo la strega si è salvata, ma mi ha ridotto ad una altezza di appena cinque centimetri, a condividere il mio spazio vitale con un paio di ali di pipistrello. Da un lato mi è andata bene: se la prima bottiglia che le fosse capitata a tiro avesse contenuto bile di lucertola a quest’ora non me la passerei tanto bene, d’altra parte se la bottiglia fosse stata di buon cognac almeno ora potrei annegare i miei dispiaceri nell’alcool.
Sono intrappolato qua dentro da oltre cinquecento anni. Un tempo lungo da far passare conversando con due ali secche di pipistrello. Sono un demone, ma non uno tanto potente, e nel mio pedigree non ho la capacità di smaterializzarmi, né quella di materializzare qua dentro belle demonesse. Quello che posso fare è parlare con un amico immaginario, inventando i modi più sanguinosi per far fuori colei che mi ha ridotto in questo stato. Tra le altre cose temo che il tempo abbia fatto il suo corso, così, una volta uscito da questa prigione di vetro, non potrò neanche gustarmi la gioia della vendetta.
Sono rimasto chiuso dentro un muffoso baule, pieno di ogni altra empietà come pelli di moffetta morta, zampe di gallina e sangue di drago per dieci lunghi anni. Non vi dico la noia. Perfino il mio amico immaginario ad un certo punto si è arreso ed è partito. Dopo la morte della strega qualcuno ereditò il baule e, non condividendo le arti magiche della parente, ne rovesciò tutto il contenuto nel fiume. A quel punto la situazione prese una piega interessante: una cascata, un sasso, una chiusa avrebbero potuto rompere il vetro e ridarmi la libertà. Così provai a godermi la mia piccola crociera, speranzoso di non bagnarmi troppo, ma il fato avverso mi fece finire nella rete di un pescatore.
“Buon pescatore, oggi la fortuna con te è stata clemente! Io sono il genio della bottiglia e, se mi darai la libertà, esaudirò tre desideri!”
Il pescatore mi fissò con sguardo ebete, continuando a scuotere la bottiglia in modo fastidioso.
“Buon pescatore non sono una conchiglia! Sono un genio e finirò per vomitare se continui a scrollarmi in questo modo!”
“Chi sei tu?”
“Io sono il genio della bottiglia! Dammi la libertà ed esaudirò i tuoi desideri!”
“Non mi fido di te! Non sembri per niente quello che dici di essere! Lo sanno tutti che i geni sono pelati e hanno l’anello all’orecchio! Sparisci dalla mia vista, mostro!”
Detto ciò lanciò la bottiglia dall’altra parte del fiume, dove rimase arenata per un’intera estate. Questa volta potei godere della compagnia di alcuni girini e un paio di lumache. Poi venne la stagione delle piogge e con essa la piena del fiume. Di nuovo in viaggio verso la libertà! La corrente mi condusse ad una chiusa e dalla chiusa, senza che la bottiglia subisse la benché minima scalfittura, atterrai dentro una grande ruota di mulino. Qui un garzone mi recuperò.
“Buon garzone, oggi con te la fortuna è stata clemente!…”
Non riuscii neanche a terminare la tiritera del genio che questo, schifato dalle ali di pipistrello, mi lanciò per terra. Ciò che ancora non era polverizzato, completò il suo processo e minuscole molecole di ala mi finirono su per il naso, provocandomi un mezzo soffocamento. Da terra mi recuperò il mugnaio. E io da capo (cambiando un po’ registro):
“Maledetto mugnaio! Dammi la libertà o incenerisco con i miei poteri il tuo mulino! Ti farò morire tra le fiamme! La tua agonia non avrà fine! Stappa questa bottiglia!”
“Ma chi ti credi di essere mezza tacca? Ma guardati, Genio! Sei impolverato dalla testa ai piedi… avanti smettila… perché non canti un po’ per noi invece che importunarci con i tuoi strilli? Ho capito che cosa sei… ”
Senza parole. Ecco come mi sentivo. Il mugnaio di un lurido mulino in mezzo al nulla mi aveva scambiato per un grillo canterino. Un grillo, capite?
Così cantai tutte le bestemmie che conoscevo per altri due anni, mentre la mia prigione riposava su una mensola tra i sacchi di farina.
Poi venne la guerra e con essa la razzia del villaggio dove sorgeva il mulino. Vidi morire lo stupido mugnaio (inutile dire per chi facevo il tifo) e tutta la sua famiglia, compresi i due bambini più orrendi mai messi al mondo. Uno dei soldati vide la bottiglia sulla mensola e mi portò dal comandante in capo.
“Capitano, guardate che ho trovato dentro al mulino!”
“Fammi vedere Vars, sembra una bottiglia piena di polvere…”
“Capitano!” squittii da dietro il vetro “Capitano! Io sono il genio della bottiglia! Ti scongiuro! Ti prego! Donami la libertà e io sarò il tuo umile schiavo! Esaudirò tutti i tuoi desideri! Nessun esercito ti resisterà, presto diventerai il padrone assoluto di tutta la terra conosciuta!”
“Salve, genio della bottiglia…”
Avevamo iniziato così bene….
“…così vorresti che ti donassi la libertà…”
“Si mio Signore! Fammi uscire da questa bottiglia ti prego! Sono disperato.”
“Io so chi sei, Genio.”
“Certo che lo sapete, oh Capitano, sono il vostro umile servo!”
“No, tu sei un demone… la mia bisnonna ti ha imprigionato lì dentro…”
Ops.
“Lei era una grande donna, devota al bene e al Potere Bianco. La sua missione era liberare gli uomini dagli esseri come te… Non poteva distruggerti finché fossi rimasto chiuso nella bottiglia… per ucciderti avrebbe dovuto liberarti e non si sentiva abbastanza potente per far questo. Ti temeva, demone. Ma io non ti temo, io ho studiato tutta la vita per momenti come questo. Mia cugina, alla morte della bisnonna, rovesciò il contenuto del suo baule nel fiume, senza sapere che, così facendo, rischiava di liberarti. Ma sono felice di sapere che il Potere Bianco ti ha portato fino a me, perché io possa compiere il mio dovere… Sei pronto per morire, demone?”
“Sangue di rospo! Occhio di bue! Coda di coccodrillo! No che non son pronto a morire!”
Mentre dicevo tutto ciò, una freccia colpì in pieno petto il capitano che, stramazzando al suolo, lasciò cadere la bottiglia di mano. Ma la bottiglia, con tutti i sassi che c’erano, cadde sul prato, atterrando morbidamente sull’erba fresca. Il tafferuglio sulla mia testa scoppiò improvviso: una sacca di resistenza stava attaccando l’esercito invasore e colui che ne uccise il capitano passò alla storia come un eroe. La bottiglia, ormai dimenticata, iniziò a rotolare giù, sempre più giù lungo il pendio, fino al fiume e dal fiume arrivò placidamente al mare. Nel mare fu inghiottita da uno spazzopinnocefalo (noto spazzino del mare), che la portò a spasso per circa vent’anni. Alla morte del pesce galleggiò per altri duecento anni nel blu più profondo fino a quando, durante una tempesta, non cavalcò un’onda enorme finendo spiaggiata su un’isola abitata solo da grandi scimmie. Le scimmie la presero in custodia e iniziarono a venerare la bottiglia parlante, vigilando che nessun animale la toccasse.
E io sono ancora qui, re delle scimmie nei secoli a venire. Provo a far capire loro di togliere il tappo, ma non fanno altro che ridere e grattarsi le pulci. Non mi resta che confidare nella traiettoria impazzita di una noce di cocco, in un’eruzione vulcanica, in una tromba d’aria, in un terremoto, maremoto, spaziomoto…